lunedì, 23 febbraio 2009
Panza e scienza
Sulla prima parte di “New Italian Epic: reazioni de Panza” apparso su Carmilla (http://www.carmillaonline.com/archives/2009/02/002945.html) viene citata, fra le altre, una mia frase tratta da una recente intervista. La riporto assieme ai paragrafi che la precedono e seguono.
«Questo stratagemma è stato usato moltissimo in rete negli ultimi mesi. Nelle prese di posizione qui sviscerate resta implicito, ma c'è. Risuona, sorda come il rintocco di una campana crepata, la nota del: "non siete all'altezza, come vi permettete?". Seguita dall'altra: "Tutta autopropaganda!"
Lo stratagemma si basa su un falso sillogismo.
Premessa maggiore: Nessuno scrittore può essere un critico ("di se stesso", aggiunge chi si crede furbo).
Premessa minore: Wu Ming vuole fare lo scrittore e il critico.
Conclusione: Wu Ming non è un critico e nemmeno uno scrittore. E' solo un venditore. ´(...) Purtroppo, questa è una sorta di apemen's agreement tra critici e scrittori, condiviso anche da colleghi che stimiamo: "Io scrittore, tu critico!"
Io Tarzan, tu Jane.
Si veda ad esempio Gianfranco Manfredi, il quale in un'intervista dichiara:
Io penso che non tocchi agli scrittori definirsi. Gli scrittori raccontano. Le definizioni spettano ai critici [...] Il tentativo [di Wu Ming] è sicuramente sincero e interessante, ma temo che al di là delle intenzioni si tratti di uno slittamento verso una forma di auto-marketing. Al che, il mio commento è “preferisco scrivere”.
O Giampaolo Simi, che in un'altra intervista dichiara:
Il saggio dei Wu Ming è pieno di riflessioni interessantissime su quello che sta succedendo. Oddìo, eleggersi anche a critici-storici contemporanei di se stessi però, mi pare azzardato.
Colleghi, compagni, ma che idea di scrittore dovremmo desumere da queste dichiarazioni? Lo scrittore come selvaggio, come idiot savant, come artista naif alla Ligabue (Antonio, non Luciano)? Vi invito a riflettere.»
(L'intervista è reperibile per intero in rete a questo indirizzo: http://sergiopaoli.splinder.com/post/18186231/Intervista+con+Giampaolo+Simi)
Riflettiamo.
Non ho mai detto in quelle due righe, né in quelle seguenti o precedenti, che lo scrittore non può essere anche critico, idea espressa invece da Gianfranco Manfredi.
Come tutti, io presento libri miei e i libri di altri, scrivo persino recensioni, figurarsi. Non solo: intervisto scrittori e rispondo a domande sul mio lavoro. Anche a un idiot savant non sfugge che questa attività è anche critica letteraria, magari presa un po' alla larga, d'occasione, implicita.
Detto questo, ribadisco che lo scrittore come critico di se stesso mi convince fino a un certo punto. Concordo che il “non avere pretese” nasconda oggi l'arroganza dell'improvvisazione più pigra o una sorta di astuta vigliaccheria. La parola dell'autore sul proprio lavoro è l'originale e la più autentica, ma non per questo è necessariamente quella che lo comprenderà in toto, proprio perché talvolta tende a definire l'opera secondo i confini legittimi e fondanti delle intenzioni. Quei confini, cosa che anche Wu Ming sottolinea, ogni lettore poi li mette in discussione, li allarga e li porta chissà dove, a ogni pagina che gira, con buona pace anche delle scomuniche dei critici. Ogni autore ci rivelerà le sorgenti più nascoste della sua narrazione ma, se ci racconta esattamente dove sfocerà, a mio parere azzarda. Avere ben presente il perché si è scritta una storia non è automaticamente aver previsto cosa davvero diventerà quella storia.
Per contro, essere consapevoli che il proprio lavoro si scollerà, chissà come e chissà quanto, dal quadro delle proprie intenzioni non significa essere dei naif o lavorare “alla boia vigliacca”. Esplorare non è gironzolare senza meta, ma può capitare di non capire ancora esattamente dove ci si trova.
La seconda e ultima considerazione che intendo ribadire poggia sulla parola “contemporanei”. Io credo che essere così ravvicinati anche nel tempo all'oggetto della nostra critica ci consegni inevitabilmente a una prospettiva parziale. Nondimeno è quello che possiamo fare, ora. E perché non farlo? I Wu Ming hanno scelto di farlo. Io la considero una scelta rischiosa, quindi anche coraggiosa. Cosa c'è di sbagliato? Secondo me, il non calcolare l'errore, esattamente come uno scienziato fa con i fattori di disturbo o di approssimazione, o con i limiti stessi della percezione che entrano, inevitabilmente, nell'esperimento che sta conducendo. Anche perché sono gli stessi fattori che lo rendono possibile. Pensare di potersi correggere, esprimere talvolta anche qualche dubbio non è segno di furbizia, debolezza o ignoranza, ma l'atteggiamento scientifico per eccellenza.
11:24
Scritto da : giampasimi
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sabato, 07 febbraio 2009
Inverno italiano
Non si muore se non vuole il Vaticano
non si vive se non vuole Provenzano.
17:52
Scritto da : giampasimi
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martedì, 27 gennaio 2009
Con la mano sinistra
Cosa ho fatto in più di un mese, per non avere tempo di scrivere su questo blog?
Un po' di cose. Stupide, casuali, importanti, impegnative.
Ho scritto due soggetti. Uno per la tv, uno per il cinema.
Ho ascoltato il Presidente degli Stati Uniti d'America pronunciare parole come "liberi, eguali e responsabili". Ho scoperto anche che è mancino. Me ne sono accorto quando l'ho visto firmare il decreto per chiudere quell'insulto all'umanità chiamato Guantanamo.
Tutto questo mentre nel nostro Paese un processo definiva "tortura"quanto avvenuto a Bolzaneto nel 2001. Peccato che nel nostro ordinamento questo reato non sia disciplinato, che le già miti pene verranno cancellate dalla prescrizione, e che in sede civile lo Stato non darà una lira alle vittime di queste torture.
Abbiamo anche noi urgente bisogno di qualcuno che scriva con la mano sinistra.
Ho scoperto che in questo Paese la Chiesa può farsi pubblicità dove vuole, ma un'associazione di atei non può comprare uno spazio neppure sulla fiancata di un autobus. Qualcuno mi sa spiegare in base a quale principio di democrazia ed eguaglianza?
(Già che ci siamo, qualcuno mi spieghi anche perché dobbiamo dare i soldi delle nostre tasse alla FIAT per non licenziare 60.000 persone, invece che a 60.000 piccole imprese per innovarsi e superare la crisi)
Ho scoperto che in febbraio e in marzo l'alta marea dell'Oceano Atlantico provoca un'onda alta anche quattro metri che risale il Rio delle Amazzoni per chilometri. Gli indios la chiamano Pororoca, "il grande tuono devastante" o qualcosa di simile. I surfisti vanno a cavalcarla, anche a rischio della pelle. Devo chiedere qualcosa di più a qualche mio amico patito del genere.
Ho comprato un nuovo divano e una nuova libreria. Ma non perché sono ottimista, perché ne avevo bisogno.
Mi sono iscritto a un corso di pilates. Ma non perché lo fa anche Madonna. Perché ne avevo bisogno.
Mi sono iscritto a Facebook. Forse solo per sapere che fine ha fatto la ragazza della V A di cui sono stato distruttivamente innamorato al Liceo. O i fratelli italo-americani che venivano in vacanza ogni estate dalle mie parti. A uno piaceva da morire Baglioni, l'altro era patito degli Scorpions. Era, tipo, il 1982 e nessuno dei due conosceva Springsteen. La cosa, al tempo, mi scandalizzò.
Al momento, non li ho ancora trovati.
Ho rivisto per la quarta volta "Nella valle di Elah". Meraviglioso.
Mi sono goduto tutta quanta la serie tv di "Romanzo Criminale". Bella.
Ne ho conosciuto il regista, Stefano Sollima. Forte.
Ho visto "Gomorra" uscire dalla corsa alla nomination. Dato che in gara è rimasto un film come "La classe", mi sembra siamo ben oltre la soglia del ridicolo.
Non ho letto libri che mi abbiano entusiasmato.
Sono diventato prozio. Prozìo. Che non è il padre di tutti provizi, ma semplicemente uno il cui nipote è diventato papà. Benvenuto in questo incasinato, terribile affascinante mondo, Felix Anton.
09:33
Scritto da : giampasimi
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giovedì, 11 dicembre 2008
Zia Aloisia e la diga foranea
Sul sito di un grande gruppo editoriale italiano campeggia da mesi un banner che recita: “se l'hai scritto, va stampato”. È chiaramente un canto di sirene per quelli che Umberto Eco anni fa definiva, non del tutto bonariamente, “manoscrittari”. I quali, nel frattempo, hanno ovviamente trasformato i loro manoscritti in file punto-doc o punto-rtf. File pronti per essere inviati al sito del gruppo editoriale in questione che, per cifre neppure tanto modiche, provvederà a recapitare a casa dell'autore le 50, 100, 200 copie ordinate. Si deve inviare ovviamente anche l'illustrazione per la copertina, e si possono scegliere differenti vesti grafiche, formati e rilegature.
È in buona sostanza di un servizio di stampa digitale on-line, identico a quello ormai in uso per la stampa di foto. Ora, nessuno di noi pensa che le foto delle nostre vacanze a Santorini “vadano stampate” per il semplice fatto di averle scattate. Le stampiamo perché “ci va di farlo”. Quel “va stampato” introduce un giudizio di necessità impersonale e quindi ambiguo: chi ha detto che la mia “Vita segreta di una diga foranea” meriti la pubblicazione cartacea? Quelli del sito? No. Nessun laboratorio fotografico del resto rifiuterà di stamparci una foto in cui nel gruppo di famiglia alla cresima l'improvvido ditone oscura il volto di zia Aloisia. A noi, guarda caso, la zia Aloisia sta sulle balle, paghiamo e la foto ci piace proprio così. Ma chiunque altro ci vede, giustamente, l'errore di un dilettante.
Insomma, siamo noi che decidiamo, e ci mancherebbe: siamo noi che paghiamo. Ma lo slogan fa abilmente scivolare una valutazione personale (per Natale voglio regalare la mia “Vita segreta di una diga foranea” a cento amici) nel terreno opaco di un qualche indefinito riconoscimento: bisogna, è necessario, quindi giusto, stamparlo. Diciamo che in questo caso si sorvola su un dato di fatto (l'autore produce il proprio libro) che invece gli editori aps (acronimo di “a proprie spese”, riferito ovviamente all'autore) spacciano per “scelta” apponendo il proprio marchio su una copertina. Siamo un passo più avanti, ma l'inganno è sempre reciproco e consensuale. E dico consensuale perché ogni tanto provo a dissuadere qualcuno dal pubblicare con editori che chiedono soldi agli autori, e non ci riesco mai.
Il fenomeno degli "autori paganti" non è di oggi, ma il fatto che un grande gruppo editoriale ci si lanci, e con un certo successo, fa riflettere.
Intanto sul popolo dei “manoscrittari”, sterminato in proporzione inversa e beffarda alla minoranza dei lettori in Italia. Poi sul fatto che proprio internet diventi strumento per rinnovare le glorie del libro, laddove doveva sancirne la morte rapida e per niente indolore. Infine che si usi la potenza di internet non al servizio dei contenuti, ma per produrre e promuovere (anche tramite una community e una sezione di commercio elettronico) un mezzo che veicolerà dei contenuti in maniera molto più debole e limitata di quanto potrebbe fare la Rete. A me pare bizzarro. Nella sua vita, un libro aps riesce ad avere poche centinaia di lettori, nella migliore delle ipotesi e se la cerchia di conoscenze dell'autore è ampia. Un blog o un sito possono avere cento contatti in un'ora, in un giorno o in una settimana, da ogni parte del mondo. Se penso che il mondo debba conoscere “Vita segreta di una diga foranea”, perché non lo metto in rete? E, se ho da investire dei soldi, perché non pago un traduttore per metterlo on-line anche in inglese?
Perché, è ovvio, quando parliamo del libro in questo modo parliamo non di un mezzo per veicolare una storia o delle idee, ma di un feticcio in senso antropologico, di un oggetto a cui si attribuiscono poteri di intervenire magicamente sulla realtà. È indispensabile che in questo feticcio creda chi lo possiede (comperandolo) soprattutto perché, in questo caso particolare, sarà l'unico a investirci davvero, psicologicamente e materialmente.
L'investimento materiale, l'abbiamo visto, non è congruo al risultato. Quello psicologico è ancora peggio. Ci accorgeremo che “Vita segreta di una diga foranea” appassiona alcuni lettori, ma non tanti. Il magico potere di gratificazione non si sprigiona dal nostro feticcio come speravamo e credevamo. Le ragioni possono essere molte, ma a questo punto quel che è fatto è fatto e la delusione è troppo cocente per qualsiasi analisi.
Il discorso, ovviamente non si esaurisce in una pura dinamica autoreferenziale. Perché l'ambizione e il desiderio di gratificazione sono comuni agli esseri umani, manoscrittari o grandi autori in vetta alle classifiche. Perché poi stiamo parlando di opportunità di espressione e di bisogno di comunicazione. Aspetti irrinunciabili della vita di ognuno, ma in cui è pericoloso imboccare scorciatoie o accettare surrogati.
Proprio per questo, e trovandomi spesso davanti a persone che aspirano a pubblicare, il mio dovere professionale suona leggermente diverso: “se l'hai scritto, rileggiamolo”.
12:21
Scritto da : giampasimi
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giovedì, 20 novembre 2008
Sotto sotto, in fondo in fondo
Voglio segnalare un interessante intervento 002842.html#002842 di Girolamo De Michele su Carmilla.
Spiega, secondo me in maniera molto efficace, l'alto grado di sofisticazione raggiunto da alcune strategie di comunicazione, del resto non dissimile da quello raggiunto dai prodotti finanziari derivati o dalle frodi in campo alimentare. In fondo in fondo, sotto sotto, ci sta sempre un bel pacco per il “consumatore”, una delle definizioni più brutte e stupide con cui si può derubricare colui che dovrebbe essere “cittadino”.
A proposito di parole, l'altro giorno ascoltavo in auto il GR1 che mandava un servizio sull'incontro fra i Ministri degli Esteri italiano e tedesco. I due politici hanno reso omaggio alle vittime del lager della Risiera di San Sabba, a Trieste. Una parola, una sola, mi ha fatto tornare in mente proprio quell'articolo di De Michele. La Risiera di San Sabba veniva definita come “l'unico campo di concentramento sul territorio italiano”, secondo ciò che siamo abituati ad ascoltare anche da voci non sospette di negazionismo o revisionismo.
Eppure definire la Risiera di San Sabba “l'unico” campo di concentramento in territorio italiano non è un'affermazione oggettiva e neutra come potrebbe sembrare. Non è oggettiva perché il solo scampolo di verità che possiede sta nella sua approssimazione. La Risiera è infatti il campo di concentramento più grande, l'unico dove hanno funzionato dei forni crematori, gestito su territorio italiano direttamente dai nazisti (assieme ad altri tre). Ma i campi di internamento per oppositori politici, ebrei, cittadini stranieri, rom e omosessuali, creati e gestiti dal regime fascista e dalla Repubblica di Salò sono stati più di quaranta. Si può, certo, distinguere se fossero campi di lavoro o di transito verso i lager nazisti, ma resta il fatto che in quei posti dei civili, fra cui donne, anziani e bambini, venivano reclusi e morivano di stenti, malattie e torture.
Ma facciamo finta che sia vero. È a questo punto che l'aggettivo “unico” non è affatto neutro. Perché introduce un criterio quantitativo in una faccenda che, invece, è qualitativa. Sarebbe come dire che, non so, il mostro di Firenze è l'unico serial killer che ha operato in Toscana. Nessuno lo dice, perché a tutti sembra di per sé tremendo che ce ne sia stato uno, e non consola certo il fatto che ce ne sarebbero potuti essere quaranta.
E invece, nel caso della Risiera, lo diciamo sempre. L' “unico campo” veicola sotto sotto l'idea che tutto sommato, in fondo in fondo, noialtri italiani brava gente siamo stati alleati di Hitler sì, ma solo un po', e che ci siamo ritrovati a fianco di questo demonio solo per un banale errore di valutazione politica; il fascismo era tutta un'altra cosa, era guidato da un signore magari un po' eccentrico e temperamentale, ma sotto sotto un buon padre di famiglia (tanto per tornare all'intervento di De Michele).
In fondo mandava gli oppositori a fare le vacanze in posti dove oggi ha ha la villa Armani, no?
E gli ebrei non li gassava, si limitava a consegnarli ai nazisti perché li gassassero loro.
11:39
Scritto da : giampasimi
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venerdì, 14 novembre 2008
NON Votate Rosa
Non è per fare l'originale a ogni costo, proprio mentre molti di voi si vedono arrivare mail da vera e propria campagna elettorale. Non votate “Rosa Elettrica” al tradizionale Premio Scerbanenco-La Stampa, perché non c'è. Dato che la lista dei cosiddetti finalisti quest'anno è più o meno la carica dei 101, vi risparmio la fatica di scorrerla tutta.
Amici e lettori mi hanno chiesto perché. Così ho investigato. Allora, lo scorso anno “Rosa elettrica” non poteva partecipare perché al 30 settembre 2007 non era disponibile in libreria. Vero. “Rosa elettrica” è uscito il 12 ottobre 2007. Risulta che dall'edizione del 2008 sia stato escluso perché da quest'anno fa fede il “finito di stampare”. Ora, risulterà intuitivo persino ai non addetti ai lavori che, per essere presente in tutte le librerie italiane il 12 ottobre, un libro è giocoforza finito di stampare in settembre. A meno di non aver inventato la stampa a smolecolatore on demand.
Abbiamo sconfinato nella fantascienza. Proprio. “Rosa elettrica” è stato risucchiato in una frattura spaziotemporale, con il conseguente paradosso: nell'universo del Premio Scerbanenco, “Rosa elettrica” non è mai esistito, né l'anno scorso né quest'anno. In alcuni momenti, io stesso dubito di averlo scritto.
Esistono in compenso un centinaio di titoli che comprendono romanzi horror, fantasy, storici e di fantascienza, ri-edizioni (di questo almeno si sono accorti, anche se in ritardo) e autori che pubblicano a loro spese. Alcuni hanno più voti on line delle copie distribuite, altri si definiscono “selezionati” per il Premio Scerbanenco accanto ai grandi nomi del giallo, mentre meglio farebbero a dire che vi sono stati “iscritti”, per correttezza verso il Premio e il nome illustre che porta.
Sia chiaro: consentire la partecipazione anche alla piccola editoria è un principio giusto.
Se poi qualche autore vota da ogni computer disponibile nel raggio di venti chilometri, mobilita anche i cugini emigrati in Venezuela o semplicemente cambia IP ogni volta che si connette, ci penserà la giuria degli esperti a riequilibrare i conti e a scoprire se fra autori poco conosciuti ci sia qualche autentica rivelazione. Tutto quello che devono fare, in fondo, è leggersi 99 libri entro il 25 novembre.
P.S. di precisazione: il termine per l'iscrizione dei libri era il 15 ottobre. Diciamo pure che i primi titoli in concorso siano arrivati dopo l'estate, intorno al 15 settembre. Diciamo anche che una ventina di titoli un giurato possa anche averli già letti per conto suo. Rimangono un'ottantina di libri in settantacinque giorni.
10:37
Scritto da : giampasimi
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venerdì, 07 novembre 2008
Chi l'ha visto? (molto urgente)
Si hanno notizie da diversi mesi di un attempato individuo, non tanto slanciato e dalla capigliatura transgenica color mogano, che si introduce nei summit dei capi di stato per fare le corna durante le foto di rito o affliggere l'uditorio con antiquate battutacce da caserma. Non di rado elargisce consigli e acute previsioni, come quando ha profetizzato un posto nella Storia per George Bush, due settimane prima che una – per l'appunto – storica valanga di voti democratici seppellisse il suo partito.
Dopo aver fatto la figura del gaglioffo con il neo-eletto presidente degli Stati Uniti, fra i suoi folli progetti ci sarebbe ora quello di irrompere al prossimo G8 allargato per esibirsi nella famosa scorreggia con l'ascella accanto ad Angela Merkel, e di chiedere a Sarkozy come mai ha sposato “una bella manza italiana, però con poche tette”.
Questo strambo personaggio non causerebbe di per sé altro che un moto di umana compassione, se non fosse per due sue caratteristiche poco gradevoli. La prima è che, se nessuno ride alle sue battute, tende a diventare aggressivo, dando del coglione e dell'imbecille a chi non omaggia le sue mediocri doti di cabarettista.
La seconda, ben più grave, è che detto individuo va in giro a dire di essere Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana. La circostanza genera ovviamente quel filo d'imbarazzo che ci spinge a doverlo precisare, a scanso di equivoci: è un'affermazione priva di fondamento, una sua invenzione.
È lui stesso, infatti, a smentirsi quando si vanta di essere capo del governo pur possedendo anche le principali emittenti televisive private italiane, società di produzione tv e di distribuzione cinematografica, squadre di calcio, giornali, assicurazioni e quant'altro. Capite bene che questo potrebbe succedere soltanto in una tirannia assoluta, e non in un paese sviluppato dell'occidente democratico, come è l'Italia. L'inopportuno buontempone si smaschera da solo anche quando si rivolge a magistrati, giornalisti cocciuti e oppositori politici con argomenti e parole indecorose per un rappresentante dello Stato repubblicano. Capite bene che uno così potrebbe diventare capo del governo solo in Paesi dove la regressione civile e morale mettesse in forse la legalità in parti rilevanti del territorio, non certo in un moderno Paese di saldo e unitario senso dello Stato, come è l'Italia.
Chi lo rintracciasse è quindi pregato di avvertire le autorità, affinché venga riaccompagnato alla sua effettiva residenza che non è, come tenta di far credere, una grande dimora ad Arcore da lui acquistata per una cifra irrisoria, ma Villa Wanda in provincia di Arezzo, dove un suo vecchio amico lo assiste e lo sorveglia.
22:46
Scritto da : giampasimi
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